Storia della ricerca archeologica (I)
di Alessandro Caretti
Nel
tracciare, pur sommariamente, la storia della ricerca archeologica
a Ischia non si può non ricordare quanto essa debba all’infaticabile
e sistematica attività di Giorgio Buchner, che ha riportato
alla luce una serie di complessi archeologici tale da fornire agli
studiosi un campione significativo delle caratteristiche dell’insediamento
euboico a Ischia e dei contatti commerciali intrattenuti dagli abitanti
dell’isola.
Ischia è la
maggiore delle isole di fronte al golfo di Napoli, collegata con Capo Miseno
e quindi con Cuma dal ponte formato dalle isole di Procida e Vivara. Dominata
dal massiccio vulcanico del monte Epomeo, l’isola mostra i segni di numerose
eruzioni, di cui si trova il ricordo anche nelle fonti storiche antiche, oltre
che in cronache medievali e, ovviamente, in documenti recenti. Fenomeni eruttivi
e terremoti scandiscono infatti la vita degli abitanti fin dalle epoche remote;
sono numerose le sorgenti di acque termali, sfruttate anche dall’antichità.
Tra le ricchezze dell’isola si annoverava l’allume, scoperto nel
1465, ed estensivamente scavato; grande importanza ha avuto in tutte le epoche
la presenza di vasti giacimenti di argilla, che ha alimentato l’industria
ceramica sull’isola e sulla terraferma; controverse sono invece le notizie
a proposito della presenza di altri giacimenti minerari.
Per
quanto riguarda più da vicino la storia della ricerca archeologica, si
nota che, analogamente a quanto avviene anche per Baia, sul litorale prospiciente,
l’interesse per le antichità si accompagna allo studio o al ripristino
di antiche sorgenti termali, come appare da una serie di opuscoli sulle qualità delle
acque curative, contenenti riferimenti a scoperte archeologiche. Così Scipione
Mazzella (1) ricorda un grande muro contro le eruzioni attribuito ai coloni inviati
da Ierone; dalla metà del XVII secolo si ha notizia della iscrizione di
Lacco Ameno (perduta nel 1857 per cavare pietre per un moletto), la cui tormentata
edizione ci permette di ricostruire inediti aspetti del mondo accademico napoletano
nel XVIII secolo (2); Parrino (3) ricorda la presenza, a Castiglione d’Ischia,
di grandiose rovine, con piscine, paragonabili a quelle di Cuma, e segnala un’urna
marmorea trovata nell’isola e poi trasferita nella chiesa di S. Restituta,
a Lacco Ameno. È D’Aloisio (4) che, oltre a menzionare nuovamente
l’epigrafe di Lacco Ameno e i resti di Castiglione, parla anche dell’epitaffio
di Monte di Vico e del ripetuto ritrovamento, a Casamicciola, di doli antichi,
uno dei quali, si ricorda, era rivestito internamente di piombo; della presenza
di doli in numerose località dell’isola si parla anche nel Tableau
Topographique (5). Strettamente legata allo sfruttamento delle sorgenti
termali è ovviamente la scoperta, avvenuta a più riprese nel XVII
e XVIII secolo, di rilievi di età romana (I sec. a.C. / I sec. d.C. -
III sec. d. C), con iscrizioni greche e latine, dedicati alle Ninfe Nitrodi (6).
È De
Siano (7) che, alla fine del XVIII sec, accenna alla presenza di sepolture antiche
nella valle di San Montano, e di cocciame sul Monte di Vico. Preziose informazioni
ci fornisce anche l’anonimo autore del Tableau Topographique (8),
ricordando il rinvenimento a Lacco Ameno, presumibilmente all’inizio del
XIX secolo, di notevoli rovine, tutte scomparse tranne un’erma di Eracle
(che l’autore collega ad un culto dell’eroe sulla riva del mare).
Nella fine del XVIII sec. va posta la scoperta, nel territorio di Forio, di una
statua marmorea di Venere, di mediocre esecuzione, poi perduta. All’età romana
risale un vaso cinerario in marmo bianco, scoperto in località Arbusto
e poi trasferito nella chiesa del Convento del Carmine. Altre statue e bassorilievi
erano rinvenuti in un luogo detto ‘Cumano’ nelle Stufe di Testaccio.
Ma il merito principale dell’autore del Tableau Topographique consiste
forse nelle notizie che egli ci fornisce sulle antichità presenti nel
vallone di S. Montano e sul Monte di Vico, aree che hanno visto poi i fruttuosi
scavi di Buchner, e che allora erano oggetto di attività intensa e incontrollata,
particolarmente il vallone, area di necropoli: «Ajourd’hui il est
reduit à la culture, et en labourant les champs, on y a souvent deterré des
cercueils construits de pierres ou de briques, couverts de grand carreaux de
tuf et garnis au-dedans de vases en terre-cuite, de lampes, de courtes epées,
de monnaies etc. [...] Ancore l’année passée [...] on y a
trouvée, a peu de profondeur, un sepulcre ancien assez bien conservé et
orné de quelques urnes d’une légèreté particulière,
et d’une forme très élégante. Leur dehors [...] presentait,
sur un fond obscur, une suite de figures exécutées dans un style
auquel il était facile de reconnaître l’origine grecque des
vases, soit que les Eubéens ou les Syracusains en ayent été les
auteurs ou le possésseurs» (Tab. Topographique). Alla
base del Monte di Vico, molti columbaria (nelle cui vicinanze erano
state raccolte monete di Augusto), mentre lucerne in terracotta e candelabri
fittili provengono dal campo prospiciente il monastero ai piedi del Monte di
Vico. Quest’ultimo presenta, alla sommità, abbondante tegolame antico
e frammenti ceramici detti “etruschi”, ma non meglio definiti; si
segnalano anche cavità sotterranee, presso la vetta, interpretate come “cisterne
per l’olio” (Tableau Topographique). Uno scritto del
1837 di Chevalley de Rivaz (9), che riprende e integra le notizie del Tableau
Topographique, si sofferma con analoga attenzione sulle scoperte nel vallone
di S. Montano, dando notizia di scavi avvenuti nel 1832 sotto la direzione di
Benedict Vulpes: oltre a molti sepolcri formati da tegole disposte a spiovente,
con sotto piccole lucerne e vasi di poco valore, si trova una tomba a cassa di
tufo, coperta da una lastra dello stesso materiale, con un gran vaso etrusco
(sic) figurato, pieno di ossa bruciate. Nelle vicinanze, un’altra
tomba simile ma più allungata, con resti dell’inumato, spada in
ferro a sinistra, piccolo vaso etrusco (sic) e contenitore in avorio
ai piedi, e vaso a vernice nera, con resti di due uova e ossa forse di un pollo,
a destra. Forse riferendosi a questi rinvenimenti Schulz (10) parla di un «cratere
campano, a figure rosse, venuto fuori da uno scavo ultimamente fatto nell’isola
d’Ischia».
Dalla
metà del secolo XIX le notizie di rinvenimenti ad Ischia si fanno sempre
più rare: nel 1891 si scopre fortuitamente, durante lavori di sterro nel
comune di Lacco Ameno, un vaso di. terracotta contenente 129 monete d’oro
collocabili tra il 610 e il 668/669 d. C. (11); sempre in prossimità del
Monte di Vico, durante i lavori per la costruzione dello stabilimento termale
Regina Isabella, nel 1899-1900, si scoprono materiali antichi, tra i quali forse
anche la base di trachite con dedica ad Aristeo (12); nella vallata di S. Montano,
intorno al 1920, si scavano due tombe, una delle quali con coperchio monolitico,
orientate NO-SE, con inumato e corredo fittile (13).
Negli
anni ‘30 abbiamo comunque una serie di dati sulle antichità presenti
in varie località dell’isola: a Lacco Ameno si segnalano resti di
mura greche del IV sec. a. C, pavimento e mura romane del II sec. d. C. nelle
odierne Terme Regina Isabella (14); presso S. Restituta si rinviene
abbondante materiale relativo ad una necropoli romana (15). Una cisterna di età romana
sarebbe la c.d. grotta di Varule, mentre resti forse pertinenti ad un
molo tardo-antico si troverebbero in prossimità della grotta della Tonnara
(16). I ben noti fenomeni di bradisismo che interessano un po’ tutta l’isola
rendono talvolta difficile distinguere tra opere portuali e strutture emerse
successivamente sprofondate; il panorama è complicato dalla notizia di
attività edilizia portuale ancora in età angioina (ad es. le mura
e la scogliera presso il porto Angioino (17).
Strutture
sommerse sono presenti a Est di Casamicciola, presso gli scogli di S. Anna e
verso il ponte del Castello d’Ischia, mentre del tutto infondata è la
notizia della scoperta di un luogo di culto solare preistorico nella grotta del
Mago (18).
È proprio
in questi anni che si colloca la prima attività di ricognizione e scavo
sistematico sull’isola d’Ischia, ad opera di Buchner; questi era
stato colpito dal tono entusiastico con cui Beloch (19) riferiva di un sopralluogo
sul Monte di Vico, e delle grandi prospettive che il sito offriva all’indagine
archeologica. Anche Orsi, in una lettera del 1913 all’allora Soprintendente
Spinazzola, dava notizia del rinvenimento, ad opera di un architetto tedesco,
di un frammento di grande terracotta architettonica sul Monte di Vico, e auspicava
ricerche sul sito (20). Buchner (21) compie ripetuti sopralluoghi sul Monte di
Vico e in altre località; intraprende lo scavo di una stazione della fine
dell’età del Bronzo e dell’inizio dell’età del
Ferro al Castiglione. La collina di Castiglione, terrazzata e coltivata, poté essere
esplorata solo in punti marginali, lungo la roccia affiorante e nel pendio, nei
quali furono identificati alcuni scarichi antichi, con resti di pasto e vasellame,
che mostravano una certa regolarità nella sequenza culturale. Due limitatissimi
saggi, al centro della sommità e più vicino al pendio, interessarono
invece l’area di abitato, coperta da uno spesso strato di cenere vulcanica.
Buchner riconosce due orizzonti culturali successivi, appenninico e dell’età del
Ferro: interessante la scoperta, in uno scarico, di un frammento miceneo III
A (1425-1375 a. C); tuttavia Taylour (22) e Buchner (23) parlano di tre frammenti,
mentre Vagnetti (24) parla di materiali del Miceneo III A-B, da collocare tra
il 1425 e il 1200 a. C.; di rilievo anche la presenza di idoletti in argilla
rozza e figulina, di materiali fittili villanoviani, di ceramica dell’età del
Ferro tipo Cuma preellenica, e di pochi frammenti geometrici greci, tra i quali
anche frammenti di coppe a chevrons (25), che permettono di ipotizzare
la contemporanea esistenza, per un periodo forse assai limitato, dell’insediamento
indigeno e del nuovo centro coloniale. La vita nell’abitato di Castiglione
sarebbe cessata, secondo gli studi più recenti, prima dell’eruzione
del Monte Rotaro, da porre intorno al 600 a.C. (26), che avrebbe depositato uno
spesso sedimento vulcanico che tuttora protegge i resti dell’insediamento
antico.
Sono
anni di intense ricerche su tutta la superficie dell’isola. Si segnalano
tra l’altro materiali neolitici - qualche strumento di selce e di ossidiana
era già stato segnalato in Rittman (27), in Friedlander (28) e anche Buchner
(29), - sia sporadici che provenienti da un abitato, in località Cilento,
che ha restituito anche selci, ossidiana e ceramica tipo Serra d’Alto (30);
altri dati sui materiali rinvenuti nei paleosuoli e coperti dai detriti vulcanici
si leggono in Buchner (31). Frammenti di coperture fittili relative ad un tempio
di VI e V sec. a.C, oltre che ceramica fino al IV sec. a.C, provengono dalla
base della collina di S. Pietro, a Porto d’Ischia (32); un sito con abbondanti
materiali del III-I sec. a. C si trova sul pianoro di S. Paolo (33).
È forse
l’esperienza di Castiglione d’Ischia che sconsiglia Buchner dall’intraprendere
uno scavo in estensione sul Monte di Vico, pur esso terrazzato e ridotto a vigneti;
ci si orienta sulle necropoli del vallone di San Montano, note peraltro da precedenti
ritrovamenti.
Lo
scavo della necropoli si articola, grosso modo, in due periodi distinti:
in un primo momento (1952-1961) si apre una trincea rettangolare sul lato SO
del vallone, a SO del Monte di Vico, mettendo in luce una serie di complessi
tombali; successivamente (1965-1978) si attraversa il vallone in senso SO-NE,
ca. 90 m. a SE del precedente intervento, con un saggio della larghezza di 15
m., scoprendo altre tombe di cui è data notizia preliminare in Buchner
(34); Zevi (35); Ridgway (36); Tocco Sciarelli (37).
Gli
interventi precedenti avevano interessato solamente le tombe romane e quelle
dal V sec. a.C. in poi, relativamente vicine alla superficie; pressoché intatte,
o compromesse in antico, le tombe dall’VIII all’inizio del VI sec.
a.C, coperte da ca. 7 m. di deposito. La profondità delle sepolture ‘euboiche’,
se da una parte ne ha impedito la devastazione, dall’altra crea condizioni
sfavorevoli alla buona conservazione dei reperti, sia ossei che ceramici o metallici,
quali l’elevata temperatura del suolo al livello delle tombe più antiche
(fino a 63° C), che tuttavia non hanno impedito a Buchner di condurre un’indagine
archeologica accurata e documentata. Nel periodo 1952-1961 si scoprono 723 tombe,
delle quali 131 sono ripartite tra la seconda metà del V sec. a.C. (a
cassa rettangolare, con tegole a volte di reimpiego e provenienti da un
tempio arcaico, e corredi relativamente poveri) e l’età romana,
e interessano i livelli più vicini alla superficie; le rimanenti tombe
vanno dall’VIII all’inizio del VI sec. a.C, e presentano una tipologia
relativamente omogenea. Abbiamo infatti tombe a ‘enchitrismo’ per
gli infanti, tombe a fossa con rivestimento e copertura in tavole di legno (le
pietre poggiate sulle tavole, cadendo, hanno frantumato ossa e vasi), oppure
a fossa con rincalzo di pietra (le pietre hanno protetto il corredo), per i giovani,
tombe a fossa semplice senza corredo forse per schiavi o elementi
di infimo status sociale: Buchner (38); Ridgway (39); la cremazione, riservata,
pare, agli adulti, maschi e femmine, aveva luogo sull’ustrinum,
dal quale si raccoglievano i resti delle ossa e del corredo, per deporre il tutto
sul terreno e coprirlo con un tumulo di pietre, che talvolta contiene un’oinochoe frammentata
ma ricostruibile e non bruciata. Si riconoscono gruppi di tumuli, dei quali l’ultimo
si appoggia e copre parzialmente il precedente; spesso i tumuli coprono tombe
a inumazione. Nei corredi sono rarissime le armi (2 sauroteres da due
tombe a cremazione) e gli attrezzi da lavoro, comuni le brocche e i vasi
da bere (skyphoi, kotylai), e, in tombe poco più tarde
(fine VIII sec. a. C), contenitori per unguenti (lekythoi, aryballoi);
numerosi gli amuleti orientali o egittizzanti. Di un certo interesse la presenza
di uno strato uniforme di cocci bruciati su tutta la superficie della necropoli,
coperto o tagliato dalle tombe più antiche: in questo strato si raccolgono,
tra l’altro, i resti di almeno 4 crateri, di probabile fabbrica locale
(40), forse impiegati come segnacoli funerari (41). Si notano variazioni
cronologiche nell’uso delle varie aree necropoliche: il settore aperto
dal 1965 in poi ha restituito una maggiore quantità di materiali più antichi
(coppe tipo Aetos 666, 750-725 a.C.) che non il saggio 1952-1961, nel quale erano prevalenti
classi come gli aryballoi globulari EPC (42); analogamente, la trincea
trasversale del 1965-1978 ha mostrato come le tombe con materiale TG I (750-725
a.C.) si dispongono preferibilmente nel tratto di vallata più distante
dall’acropoli, mentre, ai piedi del Monte di Vico, troviamo maggiormente
tombe che, pur mantenendo inalterato il rituale funerario, restituiscono ceramica
del VII-inizio VI sec. a.C.: Zevi (43); Tocco Sciarelli (44).
Abbiamo
accennato all’interesse che, anche nei secoli passati, si era coagulato
intorno al promontorio di Monte di Vico, per la sua posizione naturalmente difesa,
per l’iscrizione che vi si trovava, e infine per l’abbondantissimo
materiale archeologico visibile in superficie sulla sommità. Di particolare
interesse la presenza di terrecotte architettoniche riferibili a strutture templari
e databili al VI, V e IV sec. a.C. (45); Buchner (46) segnala le fondazioni di
un tempio greco, in blocchi di tufo verde dell’Epomeo, sulla sommità del
colle. Il sito aveva restituito, nel corso di ricognizioni superficiali, materiali
appenninici e dall’VIII sec. a.C. fino alla tarda età repubblicana: «La
ceramica a vernice nera di tipo campano del III sec, invece è copiosa
soprattutto sulle pendici del colle prospicienti la baia e il villaggio odierno
di Lacco Ameno, mentre in epoca romana era abitato quasi solamente questo
versante, come attestano la distribuzione dei cocci e i ruderi d’una villa
romana, a destra della salita» (47). Paradossalmente, non vi sono mai
stati condotti sondaggi stratigrafici: Buchner (48) accenna tuttavia a «saggi
limitati» eseguiti in passato, probabilmente nell’area della
villa ivi costruita.
Nel
1965 la costruzione della villa, sul pendio E del promontorio, permette di esplorare,
in un burrone di formazione naturale, uno scarico, già identificato negli
anni ‘30 e oggetto di un limitatissimo saggio (49) di cui sono incerte
le modalità di formazione - Zancani Montuoro (50) lo dice «scarico
di uno scarico» - e contenente un’enorme quantità di materiali,
dalla ceramica appenninica alla tarda ceramica campana a vernice nera del II-inizi
I sec. a.C. (51); il complesso non presenta alcuna possibile sequenza stratigrafica,
e i reperti sono irrimediabilmente rimescolati. Si nota tuttavia uno hiatus tra
la ceramica appenninica e alcuni frammenti pertinenti a skyphoi a chevrons medio-geometrici:
mancherebbe quindi ogni traccia di ceramica dell’età del Ferro,
rinvenuta invece a Castiglione d’Ischia e a Cuma preellenica (52). Interessante
il recupero di un frammento di minerale ferroso - identificato come ematite proveniente
dai giacimenti di Rio Marina, nell’Elba orientale: Buchner (53) -, di frammenti
di tuyères in terracotta e di numerose scorie di lavorazione
del ferro.
La
ricognizione superficiale permetteva di individuare un’area abitata nell’VIII
sec. a.C. sulle pendici NE della collina di Mezzavia, per una lunghezza di 500
m. ca., articolata in una serie di nuclei, tre dei quali sicuramente identificati
(54); per i primi rinvenimenti di ceramica geometrica dalla zona vedasi anche
Buchner (55). Nel periodo 1969-1971 si procede allo scavo di uno di questi nuclei,
in località Mazzola. Sotto uno spesso interro si mettono in luce i resti
di tre antichi terrazzamenti orientati NO-SE, il più alto dei quali, troppo
vicino alla superficie, non ha restituito strutture leggibili. Sulla seconda
e terza terrazza, invece, si trovano i basamenti dei muri di 4 costruzioni che
mostrano alcuni rimaneggiamenti, ma la cui prima fase costruttiva sembra da collocare
intorno al 750 a.C. (56). Un primo abbandono degli edifici viene datato alla
fine VIII-inizi VII sec. a.C; solo la struttura I, l’unica con probabile
funzione abitativa, viene repentinamente abbandonata e distrutta (terremoto?
frana?) intorno al 720 a.C. e mai più ricostruita (57). Tra la fine del
VII e la metà del VI sec. a.C. abbiamo una limitata rioccupazione dell’area,
con «resti di una struttura costruita con blocchi squadrati di tufo verde
dell’Epomeo» (58). Le strutture II, III e IV hanno restituito importanti
testimonianze di attività metallurgica nell’VIII sec. a.C. Si possono
ricordare le due fucine nelle strutture III e IV, i due blocchi regolari di fonolite
(incudini?) e due coti dalla struttura IV. Nello scarico addossato alla
struttura IV, poi, si rinvengono altri frammenti di lamina e filo in bronzo,
pezzetti di piombo e frammenti di lingottini in bronzo, oltre ad un frammento
di arco di fibula in bronzo, con ancora le bave di fusione, da interpretare come
uno scarto di lavorazione. Dalla superficie di questo scarico, in una collocazione
stratigrafica che non permette una precisa datazione, proviene poi un dischetto
di piombo, racchiuso in un anellino in bronzo, del peso di g. 8,79 e quindi notevolmente
vicino allo statere euboico (g. 8,72). Con ogni probabilità, anche il
peso in questione è da riferire al periodo metà VIII-inizio VII
sec. a.C. (59). Tracce della lavorazione del ferro, più probabilmente
della manifattura di oggetti d’uso a partire da ferro semilavorato, abbondano
specialmente nella struttura III, e consistono in minuscole schegge e scorie
ferrose, derivate dalla forgiatura, e in pezzi di massello di ferro. Le ristrutturazioni
degli edifìci comportano anche un innalzamento dei livelli pavimentali,
realizzato generalmente con largo impiego di cocciame e terra di riporto. Tra
i materiali più antichi, dopo i frammenti appenninici che testimoniano
una precedente fase di occupazione, abbiamo alcune kotylai tipo Aetos
666, che datano quindi l’installazione del ‘quartiere industriale’ di
Mazzola al 750 a.C. ca., in un momento lievemente posteriore all’insediamento
di Monte di Vico (60). Si segnala un frammento di cratere di fabbrica locale,
con iscrizione dipinta retrograda da interpretare come firma del vasaio.
Sempre
sulla collina di Mezzavia, ca. m. 350 dal Monte di Vico, è stata rinvenuta
nel 1966 una stipe votiva, consistente in una buca poco profonda riempita di
terreno fortemente carbonioso, con materiale votivo fittile «tutto bruciato,
tra cui statuette di cavalli e di muli, modelli di carri e di barche, frammenti
di un cratere con statuette di donne piangenti sull’orlo, vasellame di
fabbricazione locale e corinzio, quest’ultimo appartenente al periodo di
Transizione e al Corinzio antico» (61); per un modellino di nave vedasi
anche Ermeti (62). Presso la stipe viene rinvenuto anche un frammento di
sima fittile di piccole dimensioni, «con gocciolatoi in forma di testa
d’ariete, della fine del VII o inizio VI sec.» (63). Klein (64) interpreta
i ritrovamenti come testimonianza di un santuario attivo almeno dal VII sec.
a.C.
Altri
rinvenimenti e scavi hanno poi avuto luogo, parallelamente alle ricerche
di Buchner: è il caso di segnalare l’attività di don Monti
nell’area della basilica di S. Restituta, a Lacco Ameno, dove si individuano
un pithos greco ed una fornace per la riduzione del ferro del V sec. a. C. (sic),
fornaci ellenistiche per fittili, tracce di un fundus romano, una cisterna del
I sec. d.C, un sepolcreto pagano e poi cristiano dal I-II sec. d.C. in poi, fino
alla basilica paleocristiana con sarcofago tipo Bethesda (65); Christern (66)
fornisce una planimetria degli scavi di S. Restituta corredata delle interpretazioni
e datazioni sopra riportate.
Interessante
il recupero, presso gli scogli di S. Anna, nello specchio d’acqua prospiciente
il Castello Aragonese, di lingotti di piombo, pezzi di galena, ghiande missili
e frammenti metallici, che inducono a riconoscere nel complesso, sprofondato
per bradisismo, una fonderia databile verso la fine dell’età repubblicana
(67).
Per le note si rimanda alla versione
.pdf in La Rassegna d'Ischia nn. 1 e 2/2006