di Clementina Gily Reda
Napoli esce da qualche anno di polemiche, anche pretestuose, tanto da pensare fossero rivolte più all’entourage politico che alla città. Infatti, è stata conseguita una clamorosa vittoria politica.
I difetti della città, mai risolti in centocinquant’anni di unità italiana, sono stati esaltati, senza equilibrare la valutazione coi pregi, che pure sono tanti. È una cosa che va avanti da molto; negli anni ’80, raccontava Ermanno Corsi in un convegno, le notizie del telegiornale su Napoli riguardavano solo la malavita: perciò all’interno della redazione tutti sapevano – e si comportavano di conseguenza - che se si voleva il successo del proprio servizio, guadagnandosi la pagina nazionale, si doveva parlare di malavita.
Qualche giorno fa sul “Mattino” è imperversata la solita polemica tra interpreti della storia filoborbonici e filogaribaldini, generata da un articolo di Fulvio Tessitore che parlava in nome dell’unità d’Italia. Gli argomenti dei filoborbonici sono orami ben noti a tutti: le casse strapiene della Corte di Napoli contro quelle vuote dei Savoia, miracolosamente risanate dopo l’unità; la presenza di una realtà industriale molto forte rispetto al Nord; l’avanzato progetto di comunicazioni e di economia del Regno di Napoli in vantaggio sulla situazione nazionale. Non li ripetiamo perché tante volte si sono lette queste cose e le opposte, ed è difficile dire chi abbia ragione. Ma, invece, si può concludere che la situazione è molto dubbia, che il brigantaggio nacque su queste basi e fu represso come conflitto politico più che malavitoso, che insomma la situazione dell’Italia ha probabilmente creato il problema meridionale.
Quando dopo cinquant’anni dall’unità si costruì la teoria della povertà del Mezzogiorno, bene appoggiata e convincente (si rileggano oggi Giustino Fortunato, Benedetto Croce, Guido de Ruggiero…), si echeggiava la mistica dell’unità nazionale, una fede che condividiamo, sia detto per chiarezza – ma che era ed è una fede politica, un progetto sociale, che si è ammantato di una realtà storica inesistente. Oggi siamo alle prese con l’unità d’Europa: che ci siano tanti motivi che la richiedono e per cui abbiamo voglia di batterci, è un fatto; ma che sia cosa semplice e senza problemi, è tutt’altro. Altrettanto va detto per l’unità d’Italia: certo, troppe erano le urgenze che imponevano di alterare quanto possibile la ragione delle cose, ed è comprensibile la politica che allora si fece - ma che davvero i Savoia, e l’astuto Cavour, si siano mossi per andare a prendersi un colabrodo, è difficile da credere. Le forze dei Mille erano quasi tutte del Nord, il Sud ebbe rivolte davvero sporadiche, anche se generose e ricolme di ideali.
Questo per dire che ormai l’Italia è fatta, e addirittura si sta disfacendo; inutile quindi evocare i toni eroici del libro “Cuore”, che ancora scaldava i cuori a noi bambini. Oggi si deve riconoscere che a prescindere dalla spedizione di Quarto, sono state tutte politiche del Nord, fatte sulla misura dell’Europa, ignorando la realtà del Sud. Oggi grazie alle loro televisioni ed alla comunicazione più agguerrita riescono a convincere il Sud di essere una razza inferiore, forse condannata dal DNA camorristico, anche se poi stranamente lo perdono i napoletani all’estero.
Si deve esaminare perché nel Sud le leggi pensate al Nord non funzionano – lasciando perdere il dolo, che pure andrebbe valutato. Quando ad esempio si scrissero i libri degli autori citati sulla questione meridionale, l’unica certezza dell’economia moderna era l’industria pesante e il regime di monopolio tendenzialmente internazionale. Addirittura “Nord e Sud” (anni 50-70 e oltre) aveva come bandiera la modernizzazione – vale a dire, l’abbandono dei resti del feudalesimo già obbiettivo degli eroi del Risorgimento e prima di quelli della Repubblica Napoletana. Resti che erano il latifondo, che condannava i braccianti ad una sorta di servitù della gleba, l’economia agricola, le industrie ecologiche. Una ricchezza, per economisti di altre epoche la vera ricchezza, come per i fisiocrati – e per le economie sottosviluppate e forse per il premio Nobel Mohammed Yunus – la ricchezza lenta. Ma all’inizio del 900 non c’erano dubbi, trionfava il balletto dell’Excelsior, l’illusione del progresso lineare, sia tra gli industriali che tra gli antagonisti marxiani. Nessun dubbio che i fisiocrati fossero stati definitivamente sconfitti dalla Rivoluzione Francese, da Napoleone e dal liberalismo industriale ( si superava infatti anche il laissez faire, laisssez passer del liberalismo agricolo): e quindi bisognava modernizzare. Vale a dire, esportare al Sud un modello diverso, concepito su altre realtà, cui ci si doveva adattare in nome del progresso.
Un esempio; la riforma agraria, fatta ovviamente con le migliori intenzioni – e non sono sempre quelle che animano i politici – peccò di ottica demagogica, si costituirono con i latifondi una serie di piccoli appezzamenti senza acqua e senza fondi di riserva, che poi furono spesso venduti dai beneficati che non potevano reggere al regalo, e si riformavano appezzamenti di misura sufficiente all’autonomia – in cui come si vede oggi la servitù della gleba continua ad essere presente. Il regime di libertà di compravendita non ha istituito una vera innovazione, perché questa funziona se è adatta alla storia sociale ed economica. In America il sistema funzionò, dove poteva funzionare: le condizioni della terra non sono le stesse ovunque.
E allora è il tempo di riconoscere che nel Sud l’economia va pensata tenendo conto di tutto quello che è nell’ecosistema, con una economia adatta alla situazione geografica, senza importare modelli inadeguati. Difatti, oggi si riparla di energia pulita, di turismo, di risorse non industriali da aiutare per conseguire una economia sostenibile, tornando via dalla modernizzazione: è il buono del federalismo, che potrebbe risolvere questa cecità sui problemi del Sud – ma solo se si sanno abbandonare concezioni vecchie, come i politici sono ben lontani dal fare, alieni come sono ad ogni approfondimento non contingente e legate alle prossime elezioni, sempre tra pochi mesi.
La lunga premessa è generata dalla recentissima polemica e dalla costante decennale denigrazione offensiva della Lega, che rischia di far perdere la trebisonda ai più calmi. Ora va chiusa, lasciata agli storici ed agli economisti, cui abbiamo rubato qualche giudizio – ma seguiteremo con brevi recensioni a illustrare le diverse opinioni sul tema. C’è da valutare l’opportunità di proporre Napoli come capitale della cultura per il 2019.
La teoria industriale della qualità totale, che oggi si adatta in genere ai team di lavoro, propone quella che chiamano settimana Kneipp, una prova dimostrativa dell’efficacia di un progetto tendente a migliorare l’esistente in modo radicale. Loro propongono ai dirigenti di qualsiasi natura di avere un vision, una grande idea guida, una mission, una valutazione della possibilità concreta di realizzazione dell’idea guida, una politica, una traduzione in tempi e luoghi del progetto, dettagliata tanto che ognuno possa riconoscere il suo ruolo. Questo consente la trasformazione radicale, che è l’unica efficace; che si basa su una progressiva rigorosa e statistica analisi dei problemi che emergono nella successiva costituzione della vision, mission, politica.
Mostrare con una messa in scena efficace, della durata di un anno, che la città sa essere in gamba, sa vendere il proprio patrimonio artistico così da farne un vero attrattore turistico in un equilibrio sostenibile; che sa prendersi cura dei giovani costruendo con loro delle attività dotate di futuro; che sa ricordare il suo orgoglio storico intrecciando percorsi che mostrino l’una dopo l’altra le case famose, i percorsi delle rivoluzioni napoletane, le grandi storie che sono state raccontate nei secoli da Benedetto Croce, da Matilde Serao, da Salvatore di Giacomo, per non parlare di Boccaccio eccetera eccetera.
La candidatura e poi – si spera – la nomina di Napoli a Capitale della Cultura potrebbe essere l’occasione giusta per cambiare pagina. Ma prima della candidatura, perché la proposta possa avere successo, occorre dettagliare la capacità di realizzare la dimostrazione di qualità. Individuare, cioè, nei tre anni che separano dalla nomina (2013), chi, come, cosa e quando è in grado di realizzare il cambiamento.
Non vale la pena di ricordare che fiumi di finanziamenti europei hanno costruito delle mura, a volte belle. Ma non hanno risolto il problema meridionale, non hanno prodotto analisi efficaci, non sono nemmeno riusciti a mettere un punto sulla questione della ricchezza del Mezzogiorno prima e dopo l’unità. Si fanno molte retoriche, si litiga, e si lascia che i giovani emigrino.
Per iniziare a discutere tra le tante competenze che sono necessarie per costruire una candidatura di questo rilievo, è necessario creare un luogo di discussione: il sito www.neapolis2019.it
Un sito che avrà pagine culturali turistiche, paesaggistiche, economiche, ecologiche, politiche, sociali ed una mostra d’arte – in partenza. Poi si aggiungeranno man mano le pagine che la discussione mostrerà necessarie. Saranno pubblicate quanto prima delle note polemiche quanto possibile, per suscitare la discussione e iniziare il brain storming, che può durare tranquillamente un anno a partire da oggi, primavera 2010; prima della prossima estate si dovranno tirare le prime conclusioni, registrare le adesioni, valutare le discussioni e gli approfondimenti sulle singole pagine, così da poter iniziare il lavoro della costruzione di una candidatura ragionata e ben argomentata, capace di superare le difficoltà ipotizzabili a dare fiducia ad un popolo sporcato di spazzatura sino all’anima. Che è pura, invece, per la grandissima parte della città e della regione.
Della Regione, preciso, perché si parla male di Napoli e non della regione – ma chi sente mai parlare di Caserta, Avellino e Benevento? Solo Salerno riesce ad uscire dal ghetto dell’anonimato, anche grazie alla sua politica, che sempre tende all’antagonismo con la capitale del Regno, dando spazio ad antico astio, che ancora lede la capacità della Regione di fare politica. Sembrano parole da romanzo, ma chi si ricorda la sconfitta della Regione Campania, da cui ci auguriamo sia possibile uscire con l’innovazione politica (ma le prime avvisaglie non sono esaltanti) comprende che invece è storia, storia spicciola, fatta di campanilismi che non si accorgono di affondare la nave. O, ancora peggio, che se ne accorgono e fanno l’occhiolino a chi sta oltre; che è forse il motivo vero della difficoltà del Sud, i cui parlamentari subito evadono dalla città, e le regalano elemosine; i cui artisti tornano solo per dire fuitevenne.
Rinsaldare il senso di appartenenza è il compito degli intellettuali e dei formatori che aprono questa pagina. L’appartenenza non è sciovinismo né autarchia: Napoli in particolare è un porto di mare, porta nelle mura e nei ruderi tutte le epoche e le storie, come ricorda il preside Negro nel suo articolo. Il più antico centro storico d’Europa intatto, patrimonio UNESCO, dove c’è la zona degli Egiziani e dei Romani, oltre che dei Napoletani. E poi sempre coi vicerè arrivavano intere popolazioni, che, dopo aver preso quel che potevano, pure si mescolavano alla gente e creavano questa popolazione vivace e fatta di fuoco. A volte troppo – ma ognuno ha pregi e difetti, e certo Napoli ha un carattere unico. In essa, Piazza Mercato, da dove parte questa proposta grazie al Preside Negro, che attualmente dirige un istituto comprensivo di notevole mole, ha un ruolo indimenticabile: come dice il nome è il luogo dei traffici, a ridosso del mare – ma è anche il luogo delle esecuzioni capitali. Mentre Place de Gréve ha cambiato il suo nome, smettendo di evocare la forca, Piazza Mercato lo mantiene, e porta subito le immagini della storia difficile che ci appartiene. Corradino ed Eleonora sono le universali immagini dello strazio.
Ma Napoli vanta anche la più antica Università, Virgilio Mago, Giordano Bruno e Giambattista Vico, tracce ancora facili da seguire nella città di oggi, che conserva e strade e i monumenti tra cui passeggiarono. Ancora qualche decennio fa era altra l’attenzione al Mezzogiorno, era ancora viva l’egemonia culturale esercitata dai tempi dell’unità d’Italia, in cui ospitava intellettuali e politici tra i più famosi. Napoli creò la prima cattedra universitaria di Economia per Antonio Genovesi, poco prima che Filangieri scrivesse la sua Scienza della legislazione - apprezzata da Benjamin Franklin e da Napoleone Bonaparte – e mentre la comunità di San Leucio prefigurava il falansterio di Owen, la costruzione del socialismo utopistico del primo 800, si costruiva la prima ferrovia italiana…
Non servono altre Casse del Mezzogiorno che portino industrie il tempo giusto per guadagnare incentivi, serve aiutare le tante dimensioni presenti nell’economia meridionale aiutandone l’ottimizzazione, liberare i suoli dai veleni del Nord, soccorrere le vittime della malavita che vorrebbero reagire ma non possono, per le enormi e costanti collusioni di chi ha il potere dei voti – I VOTI…
Serve fare un progetto integrato per il turismo che si ponga le domande che ognuno sa: perché Pompei non riesce ad avere il pubblico che merita (non bastano né gli alberghi né le vie), perché Ercolano non sale nelle classifiche, perché il Decumano non sa essere pulito… non sono problemi insolubili, ma occorrono progetti istituzionali agiti da cariche non elettive – oppure da politici che non pensano solo alle tessere – e che lo dimostrino con l’agire.
Non si aspetta altro, a Napoli, di qualcuno in cui avere fiducia, lo dimostrò l’inizio del regno di Bassolino. Senza uno sguardo globale, il turismo a Napoli non partirà mai: non basta creare alberghi, occorre riempirli: creare dei circuiti virtuosi è la via per assicurare la buona pubblicità al turismo napoletano.
In questa città, bella quanto maltrattata anche dagli abitanti, che si sentono gettati in un mondo che non gli appartiene, in cui sono costretti a lasciare i grandi fini per guadagnarsi il pane: bisogna riguadagnare ad ognuno l’onore di quel senso di appartenenza che hanno tutti coloro che restano. Che potrebbero tutti andare via, che spesso sanno bene che starebbero meglio altrove: ma che restano - perché sono innamorati di questo grande gigante prostrato, legato da mille funi, che non sa evitare di cadere in mano agli Sceriffi di Nottingham. La candidatura sarebbe il Robin Hood che insegni alla gente a combattere, oltre che a difendersi. Come ben sanno al Nord, la migliore difesa è l’attacco.
Le ragioni per cui Napoli merita di essere candidata ad essere capitale europea della cultura nel 2019, sono state bene avanzate da Carmine Negro: ovviamente avrebbe potuto anche comporre un libro, tanti sono questi motivi – ma con poche parole ha saputo richiamare il pregio di una città tanto nota quanto spesso denigrata. Per la sua povertà aggressiva, che non rinuncia a trovare il modo di vivere che le viene negato. Se si avesse la fortuna di essere scelti, si potrebbe dimostrare quel che si vale. Questo merita lo sforzo di proporre con coraggio Napoli a chiedere un onore di cui saprà tenere conto, tornando ad essere quel che è sempre stata e merita di essere – una grande città.
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