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  Scrivere la Breve storia della Biblioteca Antoniana e pubblicarla sul n. 2 de La Rassegna d’Ischia è stato, da parte mia, l’ultimo atto dell’impegno profuso in una istituzione pubblica, il cui valore sarà sempre più evidente agli abitanti dell’isola.
    Sulla stessa Rassegna, n.6 dell’anno 2011, in un articolo dei fratelli Valentino, viene scritto che sarebbero state riportate in «malo modo talune vicende che hanno contraddistinto l’ultima fase della vita della Biblioteca Antoniana». A tale affermazione mi corre l’obbligo di rispondere, non  polemicamente, perché non appartiene al mio stile né alla mia storia personale, ma per ribadire il rigore con cui ho ricercato le notizie relative alla storia di questa Istituzione, in cui ho sempre creduto per spirito di parte “democratica”.
    Appare singolare che le “fonti attendibili” riguardino la parte relativa alla sistemazione immediatamente seguita al trasferimento del patrimonio librario dalla Torre dei Guevara all’edificio restaurato della vecchia Biblioteca, e non il mezzo secolo precedente, molto più interessante.
    La vicenda della municipalizzazione, faticosamente ricostruita, è stata da me riportata, citando l’atto notarile rep. n. 28588 del 15 luglio 1986 e non le voci che sarebbero corse in quel tempo sulla stampa.
    Il lavoro svolto dalla società StepNet, appaltata dal Comune, di cui facevano parte i Valentino, è stato citato anch’esso senza entrare nel merito dello svolgimento, per brevità di esposizione, fatta salva la libertà di chi scrive; a questo punto, perché qualche lacuna sia colmata, e perché ogni malizia sia fugata, aggiungo alcune considerazioni.
    Il mio interesse per la riapertura ed il regolare funzionamento della Biblioteca risale a molto prima del mio trasferimento sull’isola da Roma; ne è testimonianza qualche articolo scritto e inviato al giornale “Il Golfo”; la competenza bibliotecaria, conquistata sul campo, in anni di insegnamento in un istituto superiore, dove la biblioteca scolastica funzionava splendidamente, è  risultata evidente durante il lavoro di inventario che la squadra, messa insieme dai Valentino, andava facendo. Impresa faticosa, soprattutto fisicamente, si è trattato di un vero e proprio trasloco: dai cartoni venivano fuori, in modo per lo più disordinato,  testi disparati da inventariare. Agli schedatori citati e agli altri che contribuivano per le pulizie, mi sono aggiunta a titolo gratuito, dopo aver contattato il prof. Ugo Vuoso. Solo dopo un tempo imprecisato, quando la mia professionalità si è evidenziata, sono stata “contrattualizzata”, a condizioni inferiori a quelle dei sei schedatori. È stato un periodo di entusiasmo per me che vedevo sostanziarsi una realtà e, nello stesso tempo, è avvenuto naturalmente diventare punto di riferimento e di direzione dei lavori all’interno di quel mondo di libri, per i quali, ad alcuni, era sconosciuto persino il genere di appartenenza.
   Il contratto che la società aveva stipulato col Comune prevedeva la schedatura di undicimila volumi, e qui ci si fermò, altrettanti rimanevano in giacenza. Non conosco le ragioni, ipotizzo economiche, per le quali il rapporto con la società StepNet non continuò, per l’intanto, avendo io dato prova di esperienza e competenza, affiancata da tre degli schedatori rimasti, ebbi l’incarico di completare il lavoro.
   Beninteso, la sistemazione di cui gode attualmente l’Antoniana è frutto di un lavoro di catalogazione faticoso e difficile, avvenuto dopo e solo dopo la fine del contratto con la società dei Valentino, grazie al contributo di giovani volontarie che si alternavano per periodi purtroppo brevi.
   Sminuire le motivazioni della scelta dell’affido da parte dell’allora Sindaco, Luigi Telese, attribuendole ad un’appartenenza politica è un boomerang che ritorna al mittente; rivendicando comunque l’orgoglio di essere di sinistra, dò il merito ad un uomo di “cultura”, come Telese, di non aver fatto un calcolo politico, tipico di un certo ambiente ischitano, quali voti avrei potuto portare io, priva di famiglia e di clan, se non una semplice testimonianza di credo nel valore della cultura?
   C’è da aggiungere l’assenza di un ruolo specifico, certificato da un titolo inesistente nella società di allora, supplito dall’esperienza e la passione che hanno dato vita subito ad una realtà culturale di cui era chiaro il bisogno ed evidente l’accettazione.
   Certo, non essendo né cieca né sorda, ho avvertito gli appetiti intorno alla Biblioteca, di natura commerciale da parte di alcuni, di natura, questa sì più comprensibile, relativa a giovani in cerca di occupazione; essendo però chiaro che l’Amministrazione non aveva i mezzi burocratici né la volontà politica di poter affrontare la questione (c’è sempre una gestione straordinaria in questa nostra Italia), ho cercato di far crescere, difendendone la natura pubblica, questa realtà neonata, avendone ben chiara le finalità di crescita culturale a disposizione di tutti, come avviene in tutti i Comuni italiani, dai più grandi ai più piccoli.
   Dispiace scendere su questo terreno, dove le argomentazioni risentono di un clima da faide di paese a cui mi sento totalmente estranea.
   La mia ricostruzione della storia dell’Antoniana è stata condotta “sine ira ac studio”, e il riscontro fin qui avuto ha testimoniato in tal senso, se non quando mi è stato rilevato di aver messo in poco risalto il molto lavoro svolto in ben dieci anni della mia vita. La nostra società è in crisi perché non investe in cultura, quella che si fa crescendo coi Grandi che ci hanno preceduto e dai quali ripartire.
   Il contributo dei figli  di Giuseppe Valentino mi auguro non si fermi al solo Premio di giornalismo, ma possa estendersi sempre più in altri campi della cultura isolana, mostrando creatività ed efficienza.
   Perseguo, nonostante tutto, il sogno di una società migliore, in cui l’interesse privato, sacrosanto, non confligga con quello pubblico, e il potere, per arroganza, non manchi di rispetto al cittadino onesto che è disposto anche a trascurare il proprio orticello per il bene comune.
   Quando non viene riconosciuto o addirittura vilipeso il sacrificio del singolo, quest’ultimo avrà tutto il diritto di rivalersi, semplicemente per affermare la propria dignità.
   Nella mappa di questo spicchio di storia ho cercato di seguire un filo rosso che conducesse alla necessità di sottolineare un’impostazione laica, aperta a tutte le culture, riconoscendo sempre il ruolo fondamentale e la felice intuizione del sacerdote Onofrio Buonocore, fondatore dell’Antoniana.
   La maliziosa interpretazione, data dai signori Valentino, riconduce ad una visione di partigianeria politica in cui non mi riconosco e che rigetto con tutta la mia onestà intellettuale, avendone dato prova negli anni della mia dirigenza.
   Lascio a chi crede ancora alle occulte manovre di quella che non sarà mai Politica, con la maiuscola, pensare che perseguire il bene comune ed il servizio pubblico non sia riconoscibile ed apprezzato dalla società civile.


Lina D’Onofrio