La tradizione greca e latina (3)
di
Raffaele Castagna
Il nome Pitecusa si presenta sotto svariate forme. con un solo "s" o con due "ss"; ora al singolare, ora al plurale.
Vi si legge inoltre che:
1) Procida è una parte staccata di Ischia; 2) Eretriesi e Calcidesi colonizzarono Pithecusa, ma poi l'abbandonarono sia per contrasti politici, sia perché spaventati da terremoti ed eruzioni; 3) sempre a causa dei movimenti sismici l'abbandonarono i Siracusani mandati a Gerone, pur dopo avervi costruito una fortezza; 4) in seguito l'occuparono i Napolitani.
Anche Plinio parla di un'isola sorta nel mare per eruzioni vulcaniche. Nel libro II, 88/89 si dice che le terre "sorgono anche in un altro modo, e di colpo emergono in un qualche mare: quasi che la natura pareggiasse i conti con se stessa e restituisse da altre parti ciò che una voragine ha ingoiato". "Così - prosegue lo scrittore - si formarono anche le Pitecusa nel golfo di Campania, e ben presto, lì sopra, il monte Epopo, dopo un'improvvisa eruzione di fiamme, fu livellato alla piatta distesa dei campi. Nella medesima isola, una città fu inghiottita nel profondo, e per un altro sommovimento spuntò uno stagno, e per un terzo, dopo un crollo di montagne, si costituì l'isola di Procida".
Della colonizzazione greca riferisce Tito Livio, secondo il quale i primi coloni dall'Eubea si portarono colla loro armata in Italia ed ebbero gran potere e valore nelle spiagge di quel mare che essi abitarono, avendo primieramente fatto impeto nelle isole di Enaria e di Pitecusa; di poi ebbero l'ardire di trasportare le loro abitazioni e forze nella Terraferma. "I Cumani erano originari di Calcide nell'Eubea. Con la flotta, su cui erano giunti dalla loro patria, diventarono molto potenti sulle coste dove fissarono la loro dimora. Dapprima si stabilirono nelle isole di Enaria e di Pitecusa e solo più tardi osarono trasferirsi sul continente" (Tito Livio, Historia Romana, VIII, 22/5).
In
"Jean Bérard - La Magna Grecia, storia delle colonie
greche dell'Italia meridionale - Piccola Biblioteca Einaudi,
1963" si legge:
"Nella tradizione secondo cui i pionieri della colonizzazione
greca in Italia si sarebbero stabiliti in un'isola nei pressi
della costa, prima di metter piede sul continente, si riflette
chiaramente anche il fatto che le nuove terre venivano prima ispezionate:
ispezione che era il preludio di ogni attività commerciale
e migratoria. L'isola di Pitecusa, in cui gli antichi vedevano
ora l'isola delle Scimmie, ora delle Giare oggi Ischia, è
un tipico esempio di isola costiera che permetteva ai navigatori
stranieri di entrare in contatto con le popolazioni «barbare»
delle terre sconosciute. Abbastanza vicina alla terraferma da
permettere di accedervi facilmente, al tempo stesso ne è
abbastanza distante da richiedere una flotta per essere attaccata.
Abbastanza piccola perché un pugno di coloni la possa invadere
e tenere senza troppa fatica, è anche abbastanza vasta
da offrire risorse non trascurabili. In effetti l'isola, che misura
quarantasei chilometri quadrati, nutre al giorno d'oggi ventisettemila
abitanti; sulle pendici dei suoi monti sorgono castagneti; e nelle
zone basse il terreno è composto da un tufo vulcanico assai
fertile, adatto alla coltivazione della vite e, qua e là,
anche dei cereali. Si capisce così come i primi Greci stabilitisi
a Pitecusa abbiano potuto arricchirsi rapidamente con l'agricoltura,
come racconta Strabone. Dallo stesso passo dello scrittore greco
si ricava anche - e il fatto è confermato dagli scavi -
che l'industria ceramica vi prosperò fin dall'inizio.
In questi luoghi, il cui aspetto dall'antichità a oggi
ha subito tanti mutamenti a causa delle eruzioni vulcaniche e
anche per opera dell'uomo, quale fu il punto che i coloni greci
scelsero per fondare la città omonima dell'isola, quella
città che Pseudo-Scilace dichiarava ancora esistente nel
secolo IV a. C.? Già all'inizio del secolo scorso, la scoperta
di un'iscrizione greca e di cocci aveva indotto F. de Siano, seguito
più tardi dal Beloch, a localizzare la città di
Pitecusa sul promontorio di Monte di Vico, che è in realtà
una buona posizione per una città antica. Un minuzioso
esame della superficie del terreno e poi una serie di scavi iniziati
nel 1952 hanno permesso a G. Buchner di fugare gli ultimi dubbi
e di rintracciare l'antica città greca. Numerosi cocci
che lo studioso tedesco ha raccolto in vari punti del promontorio
attestano che il luogo fu abitato dall'età del bronzo in
poi, fino all'età romana. I più antichi di questi
frammenti rivelano infatti che nella zona esisteva prima dell'arrivo
dei coloni greci una stazione indigena.
Più importante di questa era però la stazione indigena
le cui vestigia sono state riportate alla luce a Castiglione,
tra Porto d'Ischia e Casamicciola; tre frammenti di vasellame
miceneo scoperti a Castiglione attestano remoti contatti col mondo
egeo, dal secolo XIV in poi, mentre il fatto che fra il vasellame
locale siano stati rinvenuti alcuni cocci di vasi geometrici dimostra
che la stazione indigena, qui, sopravvisse all'arrivo dei coloni
greci di Pitecusa. Le più antiche vestigia di un'occupazione
greca, a Monte di Vico, sono per ora cocci o vasi della fine del
periodo geometrico, ritrovati tanto sul sito della città
quanto nella necropoli. Questa ceramica è un po' più
antica di quella delle prime colonie greche in Sicilia, ed è
anteriore anche a quella della necropoli greca di Cuma, come anche,
sebbene di pochissimo, alla prima ceramica greca nell'Etruria.
Più oltre, giacché solo uno studio d'insieme permette
di giungere a qualche risultato, dovremo esaminare come si possa
stabilire la cronologia relativa e quella assoluta della ceramica
geometrica, poi orientaleggiante, di quest'epoca, e vedremo come
il vasellame greco più antico ritrovato a Monte di Vico
sia da datarsi alla prima metà del secolo VIII. A Castiglione,
inoltre, il Buchner ha trovato uno spesso strato di lapilli che
seppellì la stazione indigena in un'età che egli
pone verso la fine del secolo VIII. La città vera e propria,
invece, a Monte di Vico, non scomparve, o almeno fu abbandonata
solo temporaneamente: tre blocchi di tufo di un tempio greco,
rimasti sul posto, e frammenti di terrecotte architettoniche,
oltre ad altre vestigia, attestano che essa esisteva ancora nell'epoca
classica.
Sorge spontanea la domanda se i primi Greci che approdarono a
Pitecusa non abbiano occupato anche il resto dell'arcipelago,
vale a dire l'odierna Procida e l'odierna scogliera di Vivara.
Si spiegherebbe così quel passo di Tito Livio in cui si
parla di un insediamento a Enaria e di un altro a Pitecusa, benché
di regola questi due nomi designino un'unica isola; non è
però escluso che qui ci si trovi di fronte a una semplice
confusione che, in quanto tale, non avrebbe bisogno di essere
giustificata in altro modo.
La tradizione letteraria è concorde nell'affermare che
i primi coloni di Pitecusa vennero dall'Eubea. E' un'affermazione
inequivocabile, ed è superfluo volerne cercare una conferma
nelle leggende di Tifone e dei Giganti localizzate a Pitecusa
e nei Campi Flegrei, leggenda la cui origine - come ben videro
Diodoro e Strabone - va cercata nei fenomeni vulcanici a cui i
Greci, secondo la loro abitudine, dettero veste mitica".