Home  |  Indietro

Tradizione classica 1
Tradizione classica 2
Tradizione classica 3
Tifeo
Strabone
Jacopo Sannazaro
Ludovico Ariosto
Il Castello

 


La tradizione greca e latina (3)

di Raffaele Castagna

Strabone (64 a.C. - 19 d. C.) riporta la leggenda di Tifone che giace sotto l'isola e a questa circostanza collega alcuni fenomeni naturali quivi verificatisi, come le eruzioni vulcaniche. Queste peraltro furono la causa della fuga di una parte dei fondatori.
Il nome Pitecusa si presenta sotto svariate forme. con un solo "s" o con due "ss"; ora al singolare, ora al plurale.
Ma non è soltanto di favole che per quanto concerne l'isola d'Ischia si ha cenno negli autori greci e latini. Attraverso Strabone ci è giunto un passo autorevole di Timeo (356 - 250 a. C.) in cui è descritta una delle eruzioni del III secolo a. C. Racconta Time che non molto prima dell'età sua il monte Epopeo, dopo esser preceduti dei terremoti, soffrì incendi, per cui la terra interposta fra l'Epopeo medesimo ed il mare, vomitò fuoco nelle acque. Intanto i rottami della terra arsa ed alterata gittati in aria per la violenza dell'incendio ad un'altezza considerabile, ricadevano a guisa di fulmini sull'istesso piano dell'isola. Dallo strepito di operazione così violenta fu tale lo sbigottimento entrato nell'animo della gente che anche gli abitanti del continente abbandonando il lido si rifugiarono nei luoghi più mediterranei della Provincia.
Vi si legge inoltre che:
1) Procida è una parte staccata di Ischia; 2) Eretriesi e Calcidesi colonizzarono Pithecusa, ma poi l'abbandonarono sia per contrasti politici, sia perché spaventati da terremoti ed eruzioni; 3) sempre a causa dei movimenti sismici l'abbandonarono i Siracusani mandati a Gerone, pur dopo avervi costruito una fortezza; 4) in seguito l'occuparono i Napolitani.
Anche Plinio parla di un'isola sorta nel mare per eruzioni vulcaniche. Nel libro II, 88/89 si dice che le terre "sorgono anche in un altro modo, e di colpo emergono in un qualche mare: quasi che la natura pareggiasse i conti con se stessa e restituisse da altre parti ciò che una voragine ha ingoiato". "Così - prosegue lo scrittore - si formarono anche le Pitecusa nel golfo di Campania, e ben presto, lì sopra, il monte Epopo, dopo un'improvvisa eruzione di fiamme, fu livellato alla piatta distesa dei campi. Nella medesima isola, una città fu inghiottita nel profondo, e per un altro sommovimento spuntò uno stagno, e per un terzo, dopo un crollo di montagne, si costituì l'isola di Procida".

Della colonizzazione greca riferisce Tito Livio, secondo il quale i primi coloni dall'Eubea si portarono colla loro armata in Italia ed ebbero gran potere e valore nelle spiagge di quel mare che essi abitarono, avendo primieramente fatto impeto nelle isole di Enaria e di Pitecusa; di poi ebbero l'ardire di trasportare le loro abitazioni e forze nella Terraferma. "I Cumani erano originari di Calcide nell'Eubea. Con la flotta, su cui erano giunti dalla loro patria, diventarono molto potenti sulle coste dove fissarono la loro dimora. Dapprima si stabilirono nelle isole di Enaria e di Pitecusa e solo più tardi osarono trasferirsi sul continente" (Tito Livio, Historia Romana, VIII, 22/5).

In "Jean Bérard - La Magna Grecia, storia delle colonie greche dell'Italia meridionale - Piccola Biblioteca Einaudi, 1963" si legge:
"Nella tradizione secondo cui i pionieri della colonizzazione greca in Italia si sarebbero stabiliti in un'isola nei pressi della costa, prima di metter piede sul continente, si riflette chiaramente anche il fatto che le nuove terre venivano prima ispezionate: ispezione che era il preludio di ogni attività commerciale e migratoria. L'isola di Pitecusa, in cui gli antichi vedevano ora l'isola delle Scimmie, ora delle Giare oggi Ischia, è un tipico esempio di isola costiera che permetteva ai navigatori stranieri di entrare in contatto con le popolazioni «barbare» delle terre sconosciute. Abbastanza vicina alla terraferma da permettere di accedervi facilmente, al tempo stesso ne è abbastanza distante da richiedere una flotta per essere attaccata. Abbastanza piccola perché un pugno di coloni la possa invadere e tenere senza troppa fatica, è anche abbastanza vasta da offrire risorse non trascurabili. In effetti l'isola, che misura quarantasei chilometri quadrati, nutre al giorno d'oggi ventisettemila abitanti; sulle pendici dei suoi monti sorgono castagneti; e nelle zone basse il terreno è composto da un tufo vulcanico assai fertile, adatto alla coltivazione della vite e, qua e là, anche dei cereali. Si capisce così come i primi Greci stabilitisi a Pitecusa abbiano potuto arricchirsi rapidamente con l'agricoltura, come racconta Strabone. Dallo stesso passo dello scrittore greco si ricava anche - e il fatto è confermato dagli scavi - che l'industria ceramica vi prosperò fin dall'inizio.
In questi luoghi, il cui aspetto dall'antichità a oggi ha subito tanti mutamenti a causa delle eruzioni vulcaniche e anche per opera dell'uomo, quale fu il punto che i coloni greci scelsero per fondare la città omonima dell'isola, quella città che Pseudo-Scilace dichiarava ancora esistente nel secolo IV a. C.? Già all'inizio del secolo scorso, la scoperta di un'iscrizione greca e di cocci aveva indotto F. de Siano, seguito più tardi dal Beloch, a localizzare la città di Pitecusa sul promontorio di Monte di Vico, che è in realtà una buona posizione per una città antica. Un minuzioso esame della superficie del terreno e poi una serie di scavi iniziati nel 1952 hanno permesso a G. Buchner di fugare gli ultimi dubbi e di rintracciare l'antica città greca. Numerosi cocci che lo studioso tedesco ha raccolto in vari punti del promontorio attestano che il luogo fu abitato dall'età del bronzo in poi, fino all'età romana. I più antichi di questi frammenti rivelano infatti che nella zona esisteva prima dell'arrivo dei coloni greci una stazione indigena.
Più importante di questa era però la stazione indigena le cui vestigia sono state riportate alla luce a Castiglione, tra Porto d'Ischia e Casamicciola; tre frammenti di vasellame miceneo scoperti a Castiglione attestano remoti contatti col mondo egeo, dal secolo XIV in poi, mentre il fatto che fra il vasellame locale siano stati rinvenuti alcuni cocci di vasi geometrici dimostra che la stazione indigena, qui, sopravvisse all'arrivo dei coloni greci di Pitecusa. Le più antiche vestigia di un'occupazione greca, a Monte di Vico, sono per ora cocci o vasi della fine del periodo geometrico, ritrovati tanto sul sito della città quanto nella necropoli. Questa ceramica è un po' più antica di quella delle prime colonie greche in Sicilia, ed è anteriore anche a quella della necropoli greca di Cuma, come anche, sebbene di pochissimo, alla prima ceramica greca nell'Etruria. Più oltre, giacché solo uno studio d'insieme permette di giungere a qualche risultato, dovremo esaminare come si possa stabilire la cronologia relativa e quella assoluta della ceramica geometrica, poi orientaleggiante, di quest'epoca, e vedremo come il vasellame greco più antico ritrovato a Monte di Vico sia da datarsi alla prima metà del secolo VIII. A Castiglione, inoltre, il Buchner ha trovato uno spesso strato di lapilli che seppellì la stazione indigena in un'età che egli pone verso la fine del secolo VIII. La città vera e propria, invece, a Monte di Vico, non scomparve, o almeno fu abbandonata solo temporaneamente: tre blocchi di tufo di un tempio greco, rimasti sul posto, e frammenti di terrecotte architettoniche, oltre ad altre vestigia, attestano che essa esisteva ancora nell'epoca classica.
Sorge spontanea la domanda se i primi Greci che approdarono a Pitecusa non abbiano occupato anche il resto dell'arcipelago, vale a dire l'odierna Procida e l'odierna scogliera di Vivara. Si spiegherebbe così quel passo di Tito Livio in cui si parla di un insediamento a Enaria e di un altro a Pitecusa, benché di regola questi due nomi designino un'unica isola; non è però escluso che qui ci si trovi di fronte a una semplice confusione che, in quanto tale, non avrebbe bisogno di essere giustificata in altro modo.
La tradizione letteraria è concorde nell'affermare che i primi coloni di Pitecusa vennero dall'Eubea. E' un'affermazione inequivocabile, ed è superfluo volerne cercare una conferma nelle leggende di Tifone e dei Giganti localizzate a Pitecusa e nei Campi Flegrei, leggenda la cui origine - come ben videro Diodoro e Strabone - va cercata nei fenomeni vulcanici a cui i Greci, secondo la loro abitudine, dettero veste mitica".

su