Il mito di Tifeo
di
Raffaele Castagna
L'isola
d'Ischia doveva suscitare, nella notte dei tempi, sentimenti di
stupore, di paura, di inospitalità: frequentemente si verificavano
sconvolgimenti della terra, eruzioni vulcaniche, lave; gente selvaggia
e turpe vi aveva stabilito la propria dimora, vivendo di rapine
ai danni di coloro che, ignari del pericolo, cercavano approdo nelle
quiete insenature.
Favola e mitologia videro riflessi in queste immagini l'intervento
di un essere soprannaturale e principalmente l'azione punitrice
di Zeus verso il drago Tifeo, simbolo del fuoco, e gli scellerati
Cercopi, definiti dagli antichi narratori "bugiardi, ingannatori,
ladroni eterni".
La materia fu accolta anche nella tradizione classica e divenne
componente essenziale della poesia epica. Avendo tentato di usare
le loro male arti contro Giove, i Cercopi furono trasformati in
scimmie e mandati a popolare Pitecusa, quindi isola delle scimmie.
Lo stesso Giove, dopo aver vinto la tracotanza di Tifeo, ne frenò
l'istinto di ribellione scagliandogli addosso l'isola d'Ischia.
Con questa immagine si voleva rappresentare il fuoco sotterraneo
che alimentava i vulcani sparsi nel Mediterraneo e soprattutto nei
Campi Flegrei.
Il mito di Tifeo,
sulle cui braccia, sul petto e sulla pancia si stende lo scoglio
d'Inarime, fu ripreso anche dalla cartografia: una carta disegnata
da Mario Cartaro e riportata nell'opera di Giulio Jasolino presenta
il gigante tormentato dal peso dell'Epomeo, mentre dalla bocca esce
il soffio infocato delle fumarole; un'incisione analoga di Antonio
Baldi è contenuta nel poema latino, Inarime, di Camillo
Eucherio de Quintiis.
Al concetto di mito si collega quello di metamorfosi che ha riscontro
nella teoria eraclitea dell'eterno divenire delle cose: il mondo
è in continua evoluzione, gli aspetti delle cose sono transitori;
anche i corpi si trasformano: domani non saranno più ciò
che furono ieri e sono oggi: la natura si rinnova in tutte le cose:
il tempo tutto traveste.
Tale concetto è applicato e svolto dal poeta Camillo Eucherio
de Quintiis, che nel suo poema sui bagni d'Ischia, alla maniera
ovidiana, presenta varie trasformazioni per spiegare i fenomeni
e le virtù delle acque curative di cui abbondava ed abbonda
l'isola d'Ischia. Si tratta di canti, in cui si nota soprattutto
l'inesauribile fantasia del dotto gesuita ed in cui il tono poetico
si eleva notevolmente, considerato che per la maggior parte del
poema la materia (descrizione ed elencazione delle acque, della
malattie guaribili con il loro uso....) appare arida e monotona
erudizione.